INTELLIGENZA ALLA SBARRA

INTELLIGENZA ALLA SBARRA

Ven, 01/05/2024 - 13:17
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Il New York Times fa causa a Open AI e a Microsoft

.accusa

Prima o poi doveva succedere, anzi c’è da sorprendersi che non sia avvenuto prima: l’intelligenza artificiale (AI) è stata accusata di aver violato il diritto d’autore e di plagio. La notizia, passata sotto silenzio dalle nostre parti, è di quelle che possono segnare un punto di svolta nella vicenda, ancora giovane ma già di dimensioni gigantesche, dello sviluppo dell’AI. E l’”attore” non è certo l’ultimo arrivato, anzi si tratta di uno dei più autorevoli e conosciuti quotidiani del mondo: il New York Times (NYT).

Il prestigioso foglio newyorkese porta in tribunale Open AI, proprietario di Chat GPT, e Microsoft, che gestisce Copilot, accusando i due motori di aver utilizzato, fra l’altro, qualche milione di articoli dello stesso NYT per “allenare” l’intelligenza artificiale, ovvero metterla in condizioni di riprodurre stile, lessico, impostazione di scrittura e quant’altro necessario per la produzione di testi, ovviamente senza sborsare un cent per il diritto d’autore.

I legali del giornale, nella causa, non indicano una cifra precisa richiesta in risarcimento, ma parlano comunque di “miliardi di dollari di danni legali”, dovuti per aver “usato illegalmente il lavoro del quotidiano e dei suoi giornalisti”, e richiedono la distruzione di tutti i modelli costruiti usando gli articoli del giornale, pretesa chiaramente impossibile da soddisfare.

.filantropia

La causa del NYT è per il momento poco più di una provocazione, tuttavia è bene seguirne l’evoluzione, perché l’impressione è che ne seguiranno altre; e il dubbio è che Open AI abbia voluto mantenere la natura di ente filantropico non profit proprio per cautelarsi rispetto ad azioni legali del genere, mentre il valore della sussidiaria for profit Open AI L.P. ha ormai superato i cento miliardi di dollari.

La motivazione filantropica è l’asserita volontà di creare un sistema di intelligenza artificiale friendly, ovvero “amichevole”, in modo che tutta l’umanità possa trarne beneficio.

E in effetti potersi appropriare gratis et amore di tutto quanto è stato prodotto dall’ingegno dell’uomo nella storia (non solo articoli, ma libri, musica, opere d’arte, programmi software e così via) a prima vista sembra un ottimo affare. C’era però da aspettarsi che gli autori di tale patrimonio dell’uomo cerchino di ottenere una qualche remunerazione per poter concedere un siffatto saccheggio.

D’altra parte, solo chi ha programmato i sistemi di AI conosce le fonti e i database in concreto utilizzate per “allenare” i motori ed è estremamente difficile individuare il singolo articolo utilizzato per un particolare output. Una classica situazione in cui i bravi avvocati possono dimostrare tutto e il contrario di tutto, e proprio per questo una situazione teoricamente in grado di bloccare l’intero processo.

.licenziamento

Ma poiché l’interesse economico è enorme, non è difficile prevedere che una soluzione verrà trovata. E la soluzione non può che essere un accordo fra chi produce i testi (giornali, scrittori, editori, musicisti, ecc.) e chi li utilizza nei processi di AI.  Ad esempio, l’editore Axel Springer ha trovato un accordo con Open AI in base al quale le macchine potranno prendere informazioni dai suoi siti (Politico e Business Insider) in cambio di un corrispettivo. Tale corrispettivo dovrà essere necessariamente non troppo elevato ma neanche simbolico, ovvero avere un effettivo contenuto economico, anche se non legato alla singola fonte. L’editore, da parte sua, avrà il pieno diritto di servirsi dei testi prodotti dal motore di AI per la sua attività pubblicistica, e questo ha già dato l’avvio a una serie di licenziamenti fra i suoi giornalisti.

Altra possibile soluzione, in negativo, è quella prevista dall’AI act, il provvedimento legislativo in corso di predisposizione e approvazione da parte dell’Unione Europea, che sarà una delle prime e sicuramente la più avanzata delle normative sull’Intelligenza artificiale. Il principio su cui si baserà la legge comunitaria è che l’utilizzo di dati e informazioni sarà lecito, salvo che il titolare abbia deciso di non consentirne l’uso da parte di terzi.

Ci sarà un periodo di assestamento per definire il quadro normativo, ed è certo che fino a che non ci saranno le prime sentenze e i primi orientamenti giurisprudenziali si dovrà necessariamente navigare a vista. E anche dopo, ci dovremo aspettare continue evoluzioni e adattamenti a una materia che, per definizione, è suscettibile di cambiamenti continui.

I criteri in uso fino ad oggi dovranno essere necessariamente rivisti, perché fino ad ora si aveva plagio o uso illegale di diritti d’autore quando era dimostrabile che un’opera di ingegno utilizzava parti significative di altre opere precedenti; in questo caso si tratta invece di replicare uno stile o una modalità sulla base della metabolizzazione di una serie di opere e di produzioni di un determinato scrittore. Una situazione in astratto non troppo diversa da quella di chi assorbe gli insegnamenti di un maestro o un mentore, e poi li rielabora secondo la propria sensibilità e la propria esperienza, fattispecie sicuramente consentita dalla legge.

.opera di ingegno

Alla base del sistema attuale c’è la tutela dell’opera di ingegno come prodotto originale dell’intelligenza di una persona: ben difficile poter estendere la nozione di ingegno all’attività della macchina dell’AI o estendere la tutela dell’intelligenza (umana), giustamente prevista dalla normativa, all’intelligenza artificiale. Comunque la si giri, la soluzione lascia insoddisfatti: non siamo ancora intellettualmente preparati a garantire alla macchina lo status di “persona” come centro di diritti ed obblighi.

Può sembrare un aspetto secondario della rivoluzione che l’AI comporterà nel nostro modo di pensare e di vivere, certamente meno critico rispetto alle conseguenze sul mondo del lavoro, ma tutto lascia supporre che dovremmo considerare anche l’AI uno di noi. Potrà non piacere, ma non sarà più possibile ignorarlo.