CHE CALDO DIETRO LE SBARRE

CHE CALDO DIETRO LE SBARRE

Sab, 08/08/2026 - 20:53
|   
0 commenti

Il XXII Rapporto Antigone sulle carceri: 65.000 detenuti in spazi per 46.000

.in jail

Immaginate di passare l’estate in una stanza di 3 metri quadri, senza finestre, con 50 gradi all’ombra e un bicchiere d’acqua tiepida ogni 6 ore. Benvenuti nelle carceri italiane del 2026, dove 65.000 persone vivono così – e il caldo è solo l’inizio.

Puntuale come un meccanismo ad orologeria, d’estate torna d’attualità il tema delle condizioni di vita nelle carceri, quest’anno ancora più cool (si perdoni l’ironia) per il caldo feroce che caratterizza l’estate tropicale in cui siamo immersi. In questi giorni di caldo africano, viene spontaneo chiedersi: come lo sopportano i detenuti? Il XXII Rapporto Antigone (l’associazione che da decenni monitora le condizioni delle carceri italiane) relativo al 2026 offre dati agghiaccianti. Dati che confermano quanto fosse fondata la condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (2013) per trattamenti inumani e degradanti. Solo che da allora la situazione, se possibile, è ancora peggiorata: nel 2013 c’erano 62.000 detenuti a fronte di una capienza massima del sistema carcerario di 47.000 posti, pari a un sovraffollamento del 32%; nel 2026 i detenuti sono 65.000 e la capienza 46.000, per un indice del 41%. Come scriveva Beccaria, ‘le pene devono essere proporzionate al delitto’ – ma in Italia, oggi, la pena è spesso proporzionale al sovraffollamento e al caldo.

Non c’è bisogno di tornare a Cesare Beccaria per rendersi conto che uno dei primi segnali di civiltà di un qualunque contesto sociale è proprio il modo in cui vengono trattati i detenuti e in cui viene applicato il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena. A leggere il rapporto di Antigone, denso e molto corposo di numeri e dati, viene il sospetto che la finalità sia piuttosto quella “vendicativa”. Hanno sbagliato? Devono pagare. Punto.

.sovraffollamento

E quelli che sono in attesa di giudizio, non ancora condannati in via definitiva per i quali la costituzione prevede la presunzione di innocenza? Che paghino anche loro, così si fa prima.

Peraltro, rispetto a un anno fa, il numero dei detenuti è aumentato di circa 1.000 unità: del resto, col nuovo governo, è aumentato il numero dei reati e sono state inasprite molte pene; quindi, l’aumento della popolazione carceraria non può essere una sorpresa. Tanto che nel 2025 il piano di edilizia penitenziaria aveva stabilito che entro il 2027 sarebbero dovuti diventare disponibili 10.000 nuovi posti; fino ad ora, in realtà i posti sono diminuiti di circa 500 unità[1].

Proviamo a immaginarci cosa deve essere vivere in locali sovraffollati, senza circolazione d’aria, dove anche un bicchiere d’acqua fresca è un miracolo (i frigoriferi in cella sono vietati e per bere dell’acqua fresca bisogna andare nelle aree comuni, quando è possibile, oppure chiedere allo staff penitenziario) e lo spazio disponibile per persona è talvolta inferiore ai tre metri quadri. L’acquisto di ventilatori è impossibile per i detenuti indigenti, per non parlare dell’aria condizionata.

.fan

In questo contesto, non ci si può stupire se aumentano i suicidi in cella (dall’inizio dell’anno ben 38 casi, la metà dei quali extracomunitari) e gli atti autolesionistici - con una media di 26,5 atti autolesivi ogni 100 detenuti - come pure se talvolta la situazione sfugge di mano e si assiste a episodi di ribellione e protesta, tanto più che il personale carcerario è endemicamente sottorganico. Sorge il dubbio che anche la rappresentazione televisiva di “Mare fuori” (la serie RAI che ha portato all’attenzione del grande pubblico le condizioni delle carceri minorili) sia edulcorata rispetto a una realtà ben più triste di quanto la gente immagini.

Anche la frustrazione degli operatori carcerari, ai quali si finisce per chiedere un impegno che va oltre la mera prestazione lavorativa, è pienamente comprensibile, come pure sicuramente importante è l’impegno di tutto il mondo del volontariato, sia quello organizzato che individuale.

.troppa gente

Pensiamo alla salute mentale, altra grave emergenza delle carceri: nel 2026, il 9,3% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi (quasi il doppio della media nazionale, che si attesta al 5%), ma persiste una cronica carenza di ore di assistenza da parte di psichiatri e psicologi. Certo, le ristrettezze del budget, la necessità di contenere la spesa, e così via. Intanto il disagio cresce.

In una situazione in cui almeno il 60% dei detenuti sono recidivi - un dato che conferma come il sistema penitenziario italiano sia più orientato alla punizione che alla riabilitazione, con programmi di reinserimento quasi inesistenti e un tasso di recidiva tra i più alti d’Europa - è evidente che (come dice il presidente di Antigone) investire sul reinserimento è l’unica strada ragionevole, anche nell’ottica di un futuro contenimento dei costi.

Purtroppo, possiamo fare ben poco per migliorare questa situazione, se non portare il tema all’attenzione di lettori, come spesso facciamo in questo blog con argomenti di natura sociopolitica. Ma siamo convinti che il livello di civiltà di un contesto sociale si misura proprio da questi aspetti oltre che da sanità e scuola. Il termometro della civiltà, nell’Italia del 2026, segna ancora febbre troppo alta.

Se non si interviene – con investimenti in edilizia penitenziaria, assistenza psicologica e programmi di reinserimento – il costo sociale ed economico della recidiva continuerà a crescere. E il termometro della civiltà, in Italia, resterà in rosso.

 

 

 

 

[1] Si veda l’articolo  di Elisa Campiani “Ai limiti della sopravvivenza, tra caldo estremo e sovraffollamento record: cosa succede nelle carceri italiane?” ne “L’Avvenire” del 6/8/2026