E ANCHE QUEST’ANNO…TORNEREMO AL 3% L’ANNO PROSSIMO
Meloni se la prende con l’Istat, ma la colpa è del Governo che non riesce a controllare la spesa

Una volta tanto siamo d’accordo con Salvini, quando dice che dei decimali del rapporto Deficit/PIL non gli interessa: non può esserci grande differenza fra il 3,01 e il 2,9%. Non solo: anche la stessa misura del 3% come discriminazione fra stati virtuosi che hanno bilanci pubblici in ordine e stati spendaccioni che sono allegramente avviati verso il dissesto finanziario ha davvero poco senso e nessun appiglio con la realtà.
In Europa qualcuno un bel giorno si è svegliato e ha detto: il limite giusto è il 3%, non chiarendo come quel numero veniva fuori. Poteva essere il 2,50 o il 4%, la sostanza economica non cambiava. Poi gli organi preposti hanno accettato quella indicazione e il limite è divenuto legge: gli Stati che stanno sotto al limite sono in regola, per gli altri (fra cui l’Italia) si apre la procedura di infrazione e l’obbligo di indicare il percorso da seguire per tornare (o andare) sulla retta via.

E tuttavia non si può concordare col Governo che minimizza la notizia dello sforamento anche per il 2025 e che rimanda il rientro nei limiti all’anno prossimo. Anzi, a ben vedere si tratta proprio della dimostrazione di una preoccupante incapacità non solo di contenere le spese entro i limiti ma anche, ed è molto peggio, di riuscire perfino a rendersi conto di quanto sta spendendo[1]. E questo, nonostante inattesi e insperati aiuti esogeni che avrebbero invece facilitato il raggiungimento dell’obiettivo. Obiettivo che, a fortiori, era proprio uno degli impegni che la nuova maggioranza si era assunta all’atto dell’insediamento. Tutto questo non senza dare atto al Governo di aver riportato i conti pubblici a un livello molto più sostenibile che in passato (il rapporto era oltre l’8%), come testimoniato dall’upgrade incassato dalle agenzie di rating.
Come dire che il Governo non sa neanche quanto e come sta spendendo: questa è la notizia che deve preoccupare, e che è sbagliato minimizzare. Vediamo perché.
I lettori ci perdoneranno se dovremmo necessariamente addentrarci in una selva di numeri, ma questa volta è decisamente indispensabile.

Dunque, per l’anno di grazia 2025 il rapporto percentuale Deficit/PIL calcolato in aprile era stato pari al 3,073% - arrotondato a 3,1% - come risultato percentuale di una frazione che ha al numeratore il Deficit di 69.381 milioni di euro e al denominatore il Prodotto Interno Lordo di 2.258.049 milioni di euro (dati forniti dall’Università Cattolica di Milano[2]).
Il dato finale è lo stesso della prima rilevazione avvenuta in aprile, nonostante che nel frattempo si siano verificate un paio di buone notizie che avrebbero potuto portare, da sole, il famigerato rapporto sotto la soglia di attenzione (al 2,97%): il PIL è stato rivisto al rialzo di 7 miliardi (6.954 milioni) rispetto alle stime di aprile; e anche le entrate sono state superiori di 2 miliardi (1.991 milioni) rispetto ad aprile. Il problema, però, è che rispetto alle stime di aprile, oltre al pil e alle entrate, sono aumentate anche le uscite: l’Istat ha registrato 2,5 miliardi (2.488 milioni) di spesa non prevista in conto capitale che, al netto di altri aggiustamenti su altre voci, ha fatto rivedere complessivamente le uscite al rialzo di 2,35 miliardi (2.346). Questo vuol dire che il deficit – la differenza tra entrate e uscite – è aumentato rispetto ad aprile di 350 milioni a 69,7 miliardi, e il rapporto col PIL si è di nuovo attestato al 3,08 per cento.
Lo sforamento è quindi pari all’incirca a un decimale di pil, ovvero la somma impiegata dal governo per abolire il bollo sulla prima auto per un anno. Ma se si considerano le due revisioni nel complesso: tra la notifica sull’indebitamento di aprile, che ha rivelato una maggiore spesa in Superbonus di circa 8,4 miliardi, e la revisione dei conti nazionali di ieri, che ha scoperto maggiori uscite in conto capitale per circa 2,5 miliardi, si tratta di un errore complessivo di 11 miliardi di euro, ovvero mezza manovra finanziaria. Con un minimo controllo della spesa pubblica, il deficit del 2025 sarebbe stato di 59 miliardi di euro e rapporto del 2,6 per cento, in barba ai decimali.
Quando ad aprile l’Istat ha certificato una stima di disavanzo del 3,1 per cento (3,07), Giorgia Meloni ha accusato lo stesso Istituto Nazionale di Statistica, colpevole di sottostimare il pil: sarebbero bastati 20 miliardi di pil in più ad avere un deficit al 3 per cento. Un po’ come al tempo del Manzoni quando la colpa dell’aumento del prezzo del pane era attribuita ai fornai.

Il problema non erano (solo) gli 8,4 miliardi di bonus edilizi sfuggiti alle previsioni: sono spuntati altri 2,5 miliardi di spesa per investimenti imprevisti e non visti. Senza di quelli il deficit sarebbe stato sotto il 3 per cento. Il vero problema è che il Governo spende senza rendersene conto. E qui bisogna riconoscere che il Ministro Giorgetti, sicuramente uno dei migliori della squadra di Palazzo Chigi, in questo caso ha fatto una bella figura marrone.
[1] Molte delle considerazioni di questo editoriale sono tratte dal bell’articolo di Luciano Capone “Il deficit al 3,1 per cento non è un complotto dell'Istat ma un errore del Mef” sul Foglio del 23/9/2026.
[2] Si veda l’articolo di Carlo Cottarelli e Lucio Pench “Tre chiarimenti in merito alla permanenza dell’Italia nella Procedura di Deficit Eccessivo” del 24/4/2026, in https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-tre-chiarimenti-in-merito-alla-permanenza-dell-italia-nella-procedura-di-deficit
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