DURO CHE DURI: IL GOVERNO MELONI RESISTE
Record di longevità del Governo di centro destra: ormai anfrà fino al termine della legislatura

Arrivati al record di durata dei Governi dei Repubblica (1.413 giorni, superando così quella del Berlusconi II), è tempo di fare un primo bilancio, non definitivo ma quasi, dato che ormai alla scadenza naturale della legislatura mancano una decina di mesi. A maggior ragione se, come sembra, si andrà a votare in primavera – le date più gettonate sembrano quelle del 23 o 30 maggio 2027 – per le elezioni anticipate, al fine di riunire in un unico election day le elezioni amministrative e quelle politiche. Non tanto per risparmiare sui costi o favorire l’afflusso, quanto forse per arginare quella che sembra una valanga di consensi per il generale Vannacci, l’unica seria preoccupazione della premier.
Vediamo dunque di capire in quali campi il governo ha fatto decisamente bene, quali ambiti possono essere annoverati fra le occasioni perse e dove sono stati i flop dell’azione della destra al comando.
Iniziamo dai segni più. Probabilmente il maggior successo del governo Meloni è il netto miglioramento dei conti pubblici, in particolare del rapporto deficit/PIL che è giunto a sfiorare (ma non a raggiungere) la fatidica soglia del 3%, nonostante la pesante eredità dei governi Conte. L’impegno più gravoso è stato infatti quello di disinnescare le due bombe a orologeria per la finanza pubblica rappresentate dal superbonus e dal reddito di cittadinanza, e Meloni lo ha portato a termine senza affossare il bilancio dello Stato. È vero che in questo sforzo è stata molto aiutata dall’ingente flusso di risorse pubbliche acquisite dopo il Covid, ma è anche vero che probabilmente le potenzialità del Recovery Plan non sono state sfruttate a massimo.
L’occupazione è leggermente cresciuta, ma meno del tasso di inflazione, che continua a preoccupare e a mantenere i tassi alti. Un paio di successi sono però innegabili: la promozione meritata sul campo dalle agenzie di rating e il virtuale azzeramento dello spread fra BTP e Bund tedeschi decennali, sul quale ha peraltro contribuito non poco la forte crisi dell’economia tedesca, innescata dal settore automotive e ancora in pieno svolgimento (seppure con timidi segnali di ripresa).

Importante anche la definitiva soluzione dei due annosi problemi del Tesoro: Alitalia e Monte dei Paschi di Siena, ereditati dalle passate gestioni. Grazie alla guida sicura di Giorgetti, il Ministro sicuramente più brillante dell’intera compagine governativa, l’affaire MPS è stato risolto uscendo dall’azionariato (a parte una residua quota inferiore al 5%) e soprattutto rilanciando la Banca, protagonista dell’acquisizione di un colosso della tradizione bancaria quale Mediobanca, e ora oggetto a sua volta di offerta pubblica a premio (anche se ancora non sufficiente per assicurare il successo) da parte di Intesa San Paolo. Ancora sul tavolo, invece, il problema dell’ILVA di Taranto, per la quale al contrario la soluzione ancora non si intravede.
Sempre fra i segni più, la posizione dell’Italia in politica estera per la quale, alla vigilia dell’ingresso di Meloni a Palazzo Chigi, si temeva l’impostazione sovranista e antieuropeista del partito di maggioranza. In questo la premier è stata invece capace di riqualificarsi e impostare relazioni solide con i partner dell’UE, diventando presto uno dei capisaldi del Governo comunitario, grazie anche al declino, in termini di popolarità, dei leader di Germania e Francia e alla posizione ondivaga della Spagna. Schierarsi decisamente a fianco dell’Ucraina, attaccata e invasa dalla Russia, è stata una scelta che forse non aveva alternative, ma certamente Meloni ha avuto la capacità di mostrare fermezza di intenti e affidabilità sulla scena internazionale. Alla fine, anche il rapporto privilegiato con Trump, che pure provocava non pochi imbarazzi fra i partner europei, è stato risolto in modo brillante schierandosi nettamente in difesa degli interessi e delle posizioni europee.

Passando all’esame dei segni meno, il più eclatante è probabilmente il fallimento, sanzionato dal referendum consultivo, della riforma della giustizia, che era stata proposta dal Ministro Nordio ponendovi alla base la separazione delle carriere fra magistratura inquirente e magistratura giudicante. Se per il Paese è stata quanto meno un’occasione persa, per la credibilità del Governo essere affossato dalla resistenza del clan dei magistrati, in difesa dei propri privilegi, è stata una débâcle pesante.
Come pure negativa è l’incapacità di opporsi ai privilegi annosi di corporazioni quali i gestori degli stabilimenti balneari e i tassisti, sicuri bacini elettorali per la destra ma insopportabili per il resto dell’opinione pubblica.
Altrettanto negativa la gestione del problema degli immigrati un tema molto sensibile e cavallo di battaglia in campagna elettorale almeno per il più ingombrante degli alleati, la Lega di Salvini. La soluzione proposta dal governo, incentrata sui centri di raccolta e smistamento al di fuori dell’Unione e in particolare in Albania, si è rivelata fallimentare: non solo per l’impossibilità pratica di gestire i flussi ma anche per gli enormi costi di cui il Paese si è gravato.

E da valutare negativamente anche la raffica di modifiche al Codice penale (circa un centinaio), con inasprimenti di pene – a partire da quelle sui rave party, di cui nessuno sentiva l’esigenza – sulla scia dell’emozione seguita a fatti di cronaca, che ha originato nuovi reati e decreti sicurezza su fattispecie diverse quali omicidio nautico, blocco stradale, fino all’orso marsicano. Tutto ciò al di fuori di una visione organica e coerente sui problemi di sicurezza pubblica e criminalità.
E anche problemi annosi quali la gestione delle carceri e l’insufficienza del sostegno all’istruzione e alla ricerca scientifica, come pure le evidenti carenze dell’assistenza sanitaria e dell’impianto previdenziale, sono da annoverare fra i flop di questa amministrazione. Altra lacuna pesante, quella di non aver affrontato il problema del “fine vita”, per il quale in verità la responsabilità primaria è del Parlamento, ma che rischia di far trovare il Governo spiazzato dalle fughe in avanti delle Regioni in ambito sanitario, come nel caso recente del Veneto.
Infine, ma per questo c’è ancora tempo, la sbandierata riforma della legge elettorale in senso “antiribaltone” più volte sbandierata come punto centrale dell’azione di Governo. Difficile che riesca a trovare un punto di convergenza con l’opposizione per una materia che richiederebbe ampio coinvolgimento di tutte le parti politiche e non blitz di maggioranza.
In conclusione, il governo Meloni ha dimostrato di saper resistere – ai mercati, all’Europa, alle divisioni interne. Ma resistere non basta: l’Italia ha bisogno di cambiare, non solo di durare. E il vero test, ora, sarà vedere se questa stabilità saprà tradursi in crescita, equità e visione – o se resterà solo un record da Guinness dei primati.
- Per commentare o rispondere, Accedi o registrati