CHI BEN COMINCIA
L’importanza del concetto di affordability, ovvero del potersi permettere l’attuale livello di vita da parte degli Americani

I timori, che nella parte finale del 2025 hanno attraversato la schiena degli investitori, si sono dissolti con l’inizio del 2026. Secondo la celebre indicazione dello Stock Trader’s Almanac (la bibbia dell’azionista USA), quella dei “first five days” del January Barometer, quando l’indice S&P 500 cresce nei primi cinque giorni dell’anno (evento che si è verificato), nell’87% dei casi l’anno finisce con una performance borsistica superiore al 14%. Insomma: chi ben comincia, è a metà dell’opera.
I motivi per essere ottimisti, in effetti, parrebbero non mancare. La situazione economica degli Stati Uniti tutto sommato regge botta, o almeno viene percepita in modo positivo, e l’inflazione, pur in crescita, è sotto controllo e in linea con l’obiettivo dichiarato del 2%. La disoccupazione è ai minimi storici, e - nonostante il deciso calo dell’immigrazione – non ci sono (ancora) le attese tensioni sui salari. I mercati, appunto, hanno ripreso a crescere e questo è sicuramente un elemento tonificante per il Presidente in vista delle elezioni mid-term di novembre, in esito alle quali potrebbe perdere il controllo del Congresso.
Proprio per questo assume grande rilevanza da un lato il sentiment dell’opinione pubblica e l’andamento del consenso; dall’altro l’evoluzione della situazione geopolitica.
Quanto al primo punto, il concetto chiave è quello della capacità di spesa dell’americano medio, ovvero della possibilità di comprare ciò di cui la gente ha bisogno: casa, auto, beni durevoli, polizza sanitaria. Il “potersi permettere” (affordability) lo standard di vita a cui sono abituati sarà il punto centrale della campagna elettorale dei democratici nel prossimo autunno, e ruoterà intorno all’evoluzione del rapporto fra reddito e prezzo degli asset (beni reali e strumenti finanziari).
In questo contesto riuscire a mantenere un tono positivo ai mercati, per una popolazione che investe in azioni gran parte della propria ricchezza (direttamente o indirettamente attraverso fondi pensioni o investitori istituzionali), è ovviamente fondamentale per ottenerne il consenso.

E allora a ben guardare le cose non si stanno mettendo benissimo per il biondo tycoon.
In primo luogo, la quota dei redditi da lavoro sul reddito nazionale complessivo è in continua diminuzione: dal 60% circa che era il livello storico e comunque stabile fino al primo decennio del secolo, siamo oggi sensibilmente al di sotto del 50%, e la quota dei profitti è invece in crescita progressiva. Inoltre, il costo degli asset (non solo le azioni, ma anche e soprattutto le case) è molto cresciuto soprattutto negli ultimi due anni: nel 1950 occorrevano mediamente 2,2 anni di lavoro per comprare la prima casa, oggi ce ne vogliono oltre 6. Ma soprattutto l’onere dei mutui e dell’indebitamento non accenna a flettere e si mantiene ancora pericolosamente intorno al 5%.
Questo è il motivo per cui Trump sta insistendo molto nella richiesta alla Banca Centrale USA di ridurre i tassi di interesse: un abbattimento importante, sicuramente ben superiore ai 10 basis points (ovvero lo 0,1%) atteso in questo trimestre, consentirebbe se non di risolvere, quanto meno di migliorare in un colpo tutti questi problemi. Ed è per questo che la pressione su Powell, l’attuale Presidente della Fed, si è molto intensificata negli ultimi mesi fino a rappresentare un vero e proprio conflitto istituzionale, dal quale per ora Trump è stato sconfitto, non essendo stato possibile licenziarlo, ma che a breve si risolverà naturalmente, in quanto lo stesso Powell è ormai vicino alla fine del suo mandato (maggio 2026).
L’altro aspetto rilevante, oltre al sentiment della popolazione, è – come si diceva sopra – l’evoluzione della situazione geopolitica. Non perché, come in Europa, si avverta il pericolo di avere la guerra alle porte di casa, o per gli effetti del conflitto sulla situazione economica e dei mercati, quanto perché storicamente i successi in politica estera e nel peace-making non hanno mai portato agli inquilini della Casa Bianca affermazioni elettorali e consenso interno. Tanto più in un caso, come quello di Trump, in cui la dottrina Maga era incentrata proprio sul concetto “America first”, concetto che ora pare ampiamente disatteso.

Dopo l’Ucraina e Gaza – dove, in verità, all’agitazione del Presidente non hanno corrisposto risultati tangibili – c’è stata la vicenda del Venezuela, poi la pressione sulla Groenlandia e ora la situazione in Iran.
Non solo: la crescente tensione sul piano internazionale e lo strumento dei dazi applicato o minacciato (poiché molte delle misure sono poi state ridimensionate o addirittura cancellate) nei confronti dei Cinesi ma anche degli alleati europei ha avuto come conseguenza un impatto sull’inflazione, quanto meno quella attesa, se non ancora quella effettiva misurata dalle statistiche.

A questo proposito, si deve sottolineare che la percezione sull’andamento dei prezzi e sul costo della vita, in America ma anche da noi, è nettamente superiore al dato ufficiale, risentendo, oltre che dell’aumento degli asset (in primo luogo la casa, come si diceva sopra), anche del peso degli interessi passivi su mutui e prestiti, a cui gli Americani tradizionalmente ricorrono con notevole intensità. E anche la percezione sul valore della propria ricchezza, in tempi di inflazione attesa crescente, induce a mantenere basso il livello della spesa e dei consumi, col rischio di innescare una spirale recessiva.
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