SIAMO TUTTI UN ANNO PIÚ VECCHI
Meno giovani, più anziani: la sfida demografica che può frenare l’economia italiana

Con il nuovo anno, si usa dire che siamo tuti un anno più vecchi, come se ci fosse bisogno di ancora maggiore anzianità nel paese: l’Italia è un paese in cui la popolazione diminuisce, l’età media sta crescendo molto velocemente e le nascite si rarefanno. Torniamo a parlare di demografia, come più volte abbiamo fatto in passato, per capire quali prospettive economiche e sociali questa nuova tendenza comporta.
Meno italiani, più anziani, un’economia chiamata a fare di più con meno persone. L’Italia si sta lentamente svuotando. Non è un’emergenza improvvisa, ma una tendenza strutturale che anno dopo anno ridisegna il volto del Paese. Secondo i dati ISTAT, al 1° gennaio 2024 la popolazione residente è scesa sotto i 59 milioni, con una perdita di oltre 300 mila abitanti in un solo anno. Un calo che dura ininterrottamente dal 2014 e che oggi appare sempre più difficile da invertire.
Il cuore del problema è il crollo delle nascite. Nel 2023 i nuovi nati sono stati circa 379 mila, il minimo storico dall’Unità d’Italia. Il tasso di fecondità si è attestato intorno a 1,2 figli per donna, ben lontano dalla soglia di sostituzione pari a 2,1. In altre parole, ogni generazione è più piccola della precedente. Le cause sono note: precarietà lavorativa, salari reali bassi, difficoltà di accesso alla casa, carenza di servizi per l’infanzia. A questi fattori economici si affianca un cambiamento profondo nei comportamenti sociali: si fanno figli più tardi e meno frequentemente, spesso perché l’incertezza rende la scelta genitoriale un rischio.

Se le culle si svuotano, le età avanzate crescono. Oggi oltre il 24% della popolazione italiana ha più di 65 anni, una delle quote più alte in Europa. L’indice di vecchiaia — il rapporto tra over 65 e under 15 — ha superato quota 190: ci sono quasi due anziani per ogni giovane. È il riflesso di un successo, l’allungamento della vita media, che però si trasforma in un problema quando non è accompagnato da un adeguato ricambio generazionale.
Le ricadute economiche sono già evidenti. Con meno giovani in età lavorativa e più pensionati, la sostenibilità del sistema previdenziale e sanitario diventa una questione centrale. Il mercato del lavoro rischia carenze strutturali di manodopera, mentre la crescita economica risente di una popolazione che diminuisce e invecchia. Secondo diverse stime, senza un’inversione di tendenza demografica il potenziale di crescita del PIL italiano resterà strutturalmente più basso rispetto alla media europea.

A complicare il quadro c’è il tema delle migrazioni. Da un lato, l’Italia continua a perdere giovani qualificati: ogni anno decine di migliaia di under 35 lasciano il Paese per lavorare all’estero. Dall’altro, l’immigrazione contribuisce solo in parte a compensare il calo demografico. Nel 2023 il saldo migratorio è tornato positivo, ma non sufficiente a controbilanciare il saldo naturale fortemente negativo, con oltre 280 mila decessi in più rispetto alle nascite.
Il declino demografico colpisce anche il territorio. Intere aree interne e piccoli comuni, soprattutto nel Mezzogiorno, si spopolano rapidamente, perdendo servizi essenziali, scuole e presidi sanitari. La questione demografica diventa così anche una questione di coesione territoriale e di divari regionali.
Le prospettive dipendono dalle scelte politiche dei prossimi anni. Le misure a sostegno delle famiglie, come l’assegno unico e l’estensione dei servizi per l’infanzia, rappresentano segnali importanti, ma finora non hanno prodotto un’inversione del trend. Senza politiche più incisive su lavoro, salari, casa e parità di genere, difficilmente la natalità potrà riprendersi.
In questo contesto, automazione e intelligenza artificiale possono offrire soluzioni parziali alla riduzione della forza lavoro, sostenendo la produttività e la competitività. Ma la tecnologia da sola non basta: servono investimenti, formazione e un sistema economico capace di assorbire l’innovazione.
Proprio il capitale umano rappresenta uno dei nodi centrali della questione demografica. Con meno giovani disponibili, diventa essenziale aumentare il livello medio delle competenze, a partire da quelle digitali e scientifiche. I bassi tassi di occupazione giovanile e femminile e la persistente fuga di laureati all’estero riducono il potenziale di crescita e rendono più difficile cogliere le opportunità offerte dalla transizione tecnologica.

Allo stesso tempo, una gestione più strutturata dei flussi migratori e politiche efficaci di integrazione possono contribuire a riequilibrare la piramide demografica e ad ampliare la base produttiva del Paese, trasformando l’immigrazione da fattore emergenziale a leva economica.
La demografia non è solo una statistica: è una variabile economica decisiva. In un Paese che ambisce a crescere grazie a innovazione, tecnologia e intelligenza artificiale, una popolazione in calo e sempre più anziana rischia di diventare un vincolo strutturale. Affrontare il declino significa investire su giovani, lavoro, competenze e fiducia nel futuro, trasformando il problema in una leva di sviluppo.
Se vogliamo consolarci, possiamo pensare che questa tendenza è condivisa da tutto l’occidente, ma il mal comune non è certo mezzo gaudio. Nel prossimo articolo cercheremo di capire cosa succede a livello mondiale, quali sono i riflessi su lavoro e occupazione, cosa dobbiamo aspettarci per la generazione dei nostri figli.
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